Gioielli maledetti? Quattro leggende per Halloween

Ottobre è il mese perfetto per lasciarsi conquistare da una storia misteriosa, di quelle che sembrano fatte apposta per quando le giornate si accorciano, le nuvole si abbassano e, con l'avvicinarsi di Halloween, tornano di moda fantasmi, streghe e maledizioni.

Anche il mondo dei gioielli possiede qualche storia misteriosa: diamanti che porterebbero sfortuna, gemme che nessuno vorrebbe toccare, lettere di avvertimento chiuse in sette scatole.

Ma a guardarle da vicino, queste storie hanno quasi sempre una cosa in comune. Dietro ogni maledizione c'è una penna, un venditore abile, uno scrittore in cerca di lettori, una suggestione presa troppo sul serio.

Il diamante Hope: una maledizione su misura

È il diamante blu più celebre del mondo, e come se non bastasse è accompagnato da una fama oscura.
Chi lo possiede, secondo la leggenda, deve prepararsi a una vita costellata di sventure, a correre il rischio di cadere in disgrazia o anche peggio.

Sembra incredibile ma sono proprio queste storie che, all’inizio del Novecento, hanno convinto una ricca ereditiera americana, Evalyn Walsh McLean, ad acquistare il diamante Hope dal gioielliere Pierre Cartier.

La fascinazione del tempo per fantasmi, spiritismo e maledizioni (qualche anno dopo sarebbe nata quella celeberrima legata a Tutankamon) ha probabilmente condizionato l’ereditiera, ma soprattutto ha fornito a Cartier il tocco magico che mancava per rendere il diamante Hope davvero irresistibile, e chiudere la vendita.

Ovviamente il diamante Hope non ha mai fatto del male a nessuno: negli anni successivi passò al gioielliere Harry Winston, che nel 1958 lo donò allo Smithsonian di Washington, dove da allora, ha attirato milioni di visitatori.

L'ametista che si fingeva zaffiro

Al Natural History Museum di Londra è custodita una pietra viola conosciuta come Zaffiro di Delhi. Il primo mistero legato a questa pietra è nel nome: non si tratta di uno zaffiro infatti, ma di un’ametista.

Uno zaffiro è un corindone, un ossido di alluminio secondo solo al diamante per durezza, e benché esista in vari colori, compreso il viola, l’occhio attento dei gemmologi non lo può confondere con l’ametista, che è invece un quarzo viola.

La storia misteriosa dello Zaffiro di Delhi inizia nel 1857 quando un soldato inglese lo trafugò da un tempio di Indra, dio della guerra, a Kanpur, in India. La pietra passò rapidamente di mano per finire in quelle del colonnello W. Ferris che la riportò con sé in Inghilterra.

Da questo momento per l’ufficiale britannico iniziarono una serie di sciagure e tragedie famigliari, malattie e diversi rovesci economici.

Nel 1897 il figlio del colonnello cedette lo Zaffiro di Delhi a Edward Heron-Allen, uno scrittore appassionato di occultismo che la fece montare su un anello a forma di serpente circondato da simboli zodiacali e presunti amuleti portafortuna.

Ma il tentativo non funzionò e alcuni amici dei Heron-Allen furono colpiti dalla maledizione, fra i quali una cantante lirica che perse la voce.

E quando lo stesso Heron-Allen esasperato, decise di gettare la pietra nel Regent’s Canal per disfarsene, se lo vide restituire qualche mese dopo, appena ripescato da una draga.

Infine alla nascita di  sua figlia, Heron-Allen decise di fare sparire la pietra una volta per tutte, e la chiuse in sette scatole, una dentro l’altra, che depositò in una banca con l’istruzione precisa che non venisse aperta per 33 anni dopo la sua morte.
La figlia però disattese le intenzioni del padre: nel 1944 ritirò le sette scatole e donò la gemma maledetta al Natural History Museum di Londra.

Conseguenze? Nessuna. Non vi erano maledizioni legate allo Zaffiro di Delhi. Secondo i curatori del museo l'ipotesi più probabile è che Heron-Allen abbia inventato tutte le storie misteriose intorno alla pietra per dare credito a un suo racconto del 1921, firmato con uno pseudonimo e intitolato, guarda caso, The Purple Sapphire, Lo Zaffiro Viola.

Il Koh-i-Noor: la leggenda senza firma

Il suo nome, in persiano, significa "montagna di luce". Il Koh-i-Noor è uno dei diamanti più famosi al mondo e oggi fa parte dei Gioielli della Corona britannica.

Il diamante era in origine parte del tesoro di Ranjit Singh nel Punjab, prima di entrare in possesso dell'esercito britannico.
Da quando è arrivato in Inghilterra lo hanno indossato soltanto le regine: Vittoria come spilla, poi Alexandra e Mary sulle loro corone, infine la Regina Madre, sulla corona realizzata per lei nel 1937.
Oggi il diamante è esposto nella Torre di Londra.

La leggenda sostiene che il diamante può essere indossato solo dalle donne e che porti sfortuna addosso agli uomini.

Da dove nasca questa leggenda, nessuno lo ha mai saputo, e come spesso accade, una storia senza autore è quasi impossibile da smentire. Tuttavia non esiste la controprova, almeno finché qualche componente maschio di casa Windsor non deciderà di sfidare la leggenda.

L'opale: tutta colpa di un romanzo

Ottobre è anche il mese legato all’opale, simbolo di amore e di speranza: eppure anche intorno a un simbolo del genere è nata nel diciannovesimo secolo una leggenda nera.

Nel 1829, Sir Walter Scott pubblicò Anne of Geierstein, un romanzo in cui un opale accompagna il destino tragico di una dama. I lettori si appassionarono talmente tanto alla storia, da prendere la finzione come verità, e così per decenni l’opale si è portato dietro la fama di pietra sfortunata.

Tuttavia non tutti ci cascarono. La regina Vittoria, per nulla impressionata dalle leggende, amava a tal punto l’opale da regalarne uno a ciascuna delle sue figlie, in occasione delle nozze.

In più, se ancora qualcuno avesse dei dubbi, il GIA, il più autorevole istituto di gemmologia al mondo, ricorda che per gran parte della storia l'opale è stato considerato la più fortunata delle gemme, proprio perché racchiude in sé tutti i colori.

Gioielli che custodiscono, non che minacciano

Se guardiamo alla storia nel suo insieme, le pietre preziose sono state molto più spesso amuleti che maledizioni. Si indossavano per proteggersi, per attirare la fortuna, per ricordare una promessa.
E in fondo il vero potere di un gioiello è questo: la storia che porta con sé.

Non quella inventata da un romanziere, ma quella di chi lo ha regalato, indossato, custodito e tramandato.

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